La comunione dei vescovi e del popolo nuova forma dell'universalità della Chiesa
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di Luca Rolandi - 14 marzo 2014

Jorge Bergoglio è il primo gesuita diventato vescovo di Roma, il primo proveniente dall'America latina, da quello che veniva definito Terzo mondo e anche il primo ad aver scelto come nome Francesco, nome senza dubbio significativo di un progetto fatto di stile e programma emersi fin dalle prime parole che ha rivolto alla immensa folla raccolta in piazza san Pietro. "Fratelli e sorelle, buona sera, voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma, mi sembra che i miei fratelli cardinali sono andati a prenderlo quasi alla fine del mondo, ma siamo qui, e vorrei ringraziare l'accoglienza della comunità diocesana di Roma e prima di tutto vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito Benedetto XVI. Preghiamo perché il Signore lo custodisca". Ha quindi recitato un Padre Nostro, una Ave Maria e un Gloria. "E adesso, incominciamo questo cammino: vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi. Preghiamo sempre per noi: l'uno per l'altro. Preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza. Vi auguro che questo cammino di Chiesa, che oggi incominciamo e nel quale mi aiuterà il mio cardinale vicario, qui presente, sia fruttuoso per l'evangelizzazione di questa città tanto bella! E adesso vorrei dare la benedizione, ma prima - prima, vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi pregate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo che chiede la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me".

Descritto soprattutto come un pastore, molto attento a coloro che sono in difficoltà di ogni tipo, egli stesso conduce una vita che rifugge da ogni "mondanità" e non è stato raro incontrarlo sui bus della capitale argentina. Il successore di Benedetto XVI è anche colui che, nel Conclave del 2005, ne fu l'unico vero contendente. Racconti non si sa quanto fondati dicono che, in quella occasione, chiese a coloro che lo votavano, di non pensare a lui.

La Chiesa, oggi, è ancora l'unica realtà umana che sa stupirci ed entusiasmarci. È innegabile che il soffio dello Spirito abbia aleggiato su piazza San Pietro, e per un attimo, quel gabbiano posato sul comignolo proprio durante i minuti dell'elezione, ci ha fatto pensare che qualcuno, lassù, ci stava guardando.

Francesco. Come mai nessuno aveva mai osato chiamarsi. Perché a questo punto non conta più se Francesco è un religioso gesuita, se è stato nel 2005 il candidato progressista opposto a Ratzinger proposto dal cardinale Martini. Non conta. Forse conta solo una cosa: la sua sobrietà e povertà conosciuta dal suo popolo sarà la pietra angolare della Chiesa del futuro. Non conta che non ha mai avuto la macchina blu e autista, che va in metropolitana a Buenos Aires, che a Roma ha sempre preso i bus, che ha vissuto sempre in un appartamento modestissimo. Conta che ha chiesto al popolo di pregare per lui, vescovo di Roma, e il popolo - centomila persone presenti a piazza San Pietro - si è fermato. E si è messo a pregare, in un silenzio impressionante.

 
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